MITHOS BLOCCATO: 17.21 è l’ora in cui gli USA hanno bloccato l’Intelligenza Artificiale
2026-6-13 06:23:43 Author: mgpf.it(查看原文) 阅读量:13 收藏

Il 12 giugno 2026 il governo degli Stati Uniti ha ordinato ad Anthropic di sospendere l’accesso a due dei suoi modelli, Fable 5 e Mythos 5, per ogni utente del pianeta, cittadini americani e stranieri, fino ai dipendenti stranieri della stessa azienda. Lo strumento usato non è una legge sull’intelligenza artificiale: è un controllo all’esportazione, lo stesso arsenale giuridico con cui negli anni Novanta Washington trattava la crittografia come un’arma da guerra. Mentre in Europa litighiamo da anni su un regolamento che molti giudicano soffocante, l’America ha mostrato in un pomeriggio cos’è davvero il potere sull’AI, e la domanda da farsi non è chi regola di più, ma con quale strumento.

C’è un dettaglio, nel comunicato con cui Anthropic ha annunciato la sospensione dei suoi modelli Fable 5 e Mythos 5, che pesa più di tutto il resto: l’ora. La direttiva del governo statunitense è arrivata alle 17:21 ora della costa Est, e non era un atto normativo discusso in commissione né un decreto pubblicato in gazzetta, ma una comunicazione delle autorità di sicurezza nazionale, ricevuta a metà pomeriggio, che impone a un’azienda privata di staccare la spina a due modelli di intelligenza artificiale già nelle mani di centinaia di milioni di utenti. Per chiunque, compresi i cittadini non americani e gli stessi dipendenti stranieri di Anthropic, che da quel momento non hanno più potuto accedere a un prodotto della loro azienda. Poiché separare in tempo reale gli utenti stranieri dal resto della base non è tecnicamente possibile, obbedire ha significato spegnere i due modelli per il mondo intero.

La motivazione ufficiale è un potenziale jailbreak, una tecnica per aggirare le protezioni del modello che, a detta del governo, potrebbe identificare “un piccolo numero di vulnerabilità minori già note”. Anthropic ha replicato con una franchezza inusuale per un’azienda che parla al proprio regolatore, scrivendo che “we disagree that the finding of a narrow potential jailbreak should be cause for recalling a commercial model” (Trad. “non siamo d’accordo sul fatto che la scoperta di un jailbreak potenziale e circoscritto debba essere motivo per richiamare un modello commerciale”), e ricordando che “perfect jailbreak resistance is not currently possible for any model provider” (Trad. “una resistenza perfetta al jailbreak non è oggi possibile per nessun fornitore di modelli”), tanto che applicare quello standard all’intero settore fermerebbe ogni nuovo rilascio. Poi, con la diplomazia di chi sa di non avere scelta, si è scusata per il disservizio e ha promesso di lavorare al ripristino, derubricando l’accaduto a “malinteso”.

Non è un malinteso, è una lezione di diritto costituzionale travestita da incidente tecnico. E la lezione è scomoda soprattutto per chi, come me, ha passato un libro intero a criticare l’Europa.

Non una legge qualunque, un controllo all’esportazione

Per capire la portata di quelle 17:21 bisogna guardare allo strumento giuridico usato, perché non è una norma sull’AI: è un export control, un controllo all’esportazione amministrato dal Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio. Dal gennaio 2025 gli Stati Uniti hanno introdotto una categoria specifica, la voce di classifica ECCN 4E091, che tratta i pesi dei modelli di intelligenza artificiale più potenti come beni a duplice uso, soggetti a licenza per l’esportazione verso il resto del pianeta, esattamente come un componente militare. Tradurre un modello di AI in materiale controllabile all’esportazione significa una cosa sola: consegnarlo a un regime giuridico che, per sua natura, vive di discrezionalità dell’esecutivo e di scrutinio giudiziario quasi nullo, perché tutto si svolge sotto il segno della sicurezza nazionale.

Qui torna utile un giurista americano che nel 1999 aveva già scritto la mappa di tutto questo. Lawrence Lessig, in Code: And Other Laws of Cyberspace, sosteneva che il comportamento umano si regola in quattro modi, attraverso le leggi, le norme sociali, il mercato e l’architettura, cioè il codice. Una porta troppo stretta per una sedia a rotelle non è una legge che vieta l’accesso ai disabili, eppure produce lo stesso effetto, e lo produce in silenzio, senza che nessuno debba votarla. Da qui la formula diventata mantra della tech policy, il codice è legge: chi controlla l’architettura controlla il comportamento, nel modo più invisibile che esista, perché la regola non è scritta da nessuna parte, è incorporata nella struttura.

Il governo americano, il 12 giugno, non ha legiferato sui modelli di sicurezza offensiva, non ha aperto una procedura pubblica con criteri leggibili a cui gli altri operatori potessero adeguarsi: ha agito direttamente sul codice, ordinando che il codice venisse spento. È la forma di regolazione più pura e più difficile da vedere, perché non passa per il dibattito e non lascia traccia di sé in nessuna gazzetta. Lessig avvertiva che “minimal government intervention in cyberspace will not mean less regulation” (Trad. “un intervento minimo del governo nel cyberspazio non significherà meno regolazione”), perché dove non governa la legge governa qualcun altro. Il 12 giugno è successo qualcosa di ancora più netto: ha governato lo Stato, in modo massimo, ma con uno strumento, l’export control, che ha la forza vincolante di un atto pubblico senza averne la forma controllabile. La differenza tra una legge ordinaria e un comando di sicurezza nazionale è la differenza tra un potere che posso leggere, prevedere e impugnare davanti a un giudice e un potere che si limita a eseguirsi, e quando il secondo prende il posto del primo nella gestione dell’infrastruttura tecnologica siamo già usciti dallo Stato di diritto come lo conosciamo.

Il codice è già stato un’arma, una volta

Non è la prima volta che l’America tratta delle righe di codice come materiale bellico, e la memoria di come finì la prima volta è la cosa più importante di tutta questa storia. Negli anni Novanta, durante quelle che furono chiamate le Crypto Wars, il governo statunitense classificava il software di crittografia forte come “munizione” ai sensi della normativa sull’esportazione di armi, vietandone di fatto la diffusione internazionale. Un matematico di Berkeley, Daniel Bernstein, volle pubblicare il codice sorgente di un algoritmo di cifratura e si ritrovò a dover chiedere una licenza di esportazione di armi per delle formule. Con l’assistenza della Electronic Frontier Foundation fece causa al governo, e nel caso Bernstein v. United States (1996-1997) un tribunale federale stabilì che il codice sorgente è una forma di espressione protetta dal Primo Emendamento e che vincolarne l’esportazione equivaleva a una censura preventiva incostituzionale.

La storia, come sempre, non si ripete ma fa rima. Allora si trattava di crittografia difensiva, oggi di modelli capaci di trovare e sfruttare vulnerabilità informatiche, e Mythos in particolare è uno strumento di sicurezza offensiva potentissimo, distribuito attraverso il programma Project Glasswing a un consorzio di organizzazioni fidate per scovare zero-day nelle infrastrutture critiche prima degli attaccanti. La capacità è reale e seria, nessuno lo nega. Ma il movimento del potere è identico a trent’anni fa: l’esecutivo prende del codice, lo qualifica come arma, e su quella qualifica si arroga il diritto di decidere chi può usarlo e chi no, in tutto il mondo. La differenza è che negli anni Novanta un giudice riuscì a fermarlo, e questo è esattamente il punto da tenere stretto quando arriviamo alla parte amara.

Il sovrano è chi decide sull’eccezione

Quel movimento del potere ha un nome preciso nella teoria politica, e arriva da un autore che va maneggiato con i guanti per la sua biografia, ma la cui intuizione resta tagliente. Carl Schmitt, in Teologia politica (1922), formula una delle frasi su cui non smette di tornare il pensiero giuridico del Novecento: “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. La sovranità non si misura nella normalità, quando le regole bastano a sé stesse, ma nel momento in cui qualcuno ha il potere di sospendere l’ordine ordinario invocando una necessità superiore. Il sovrano è chi può dire: qui, ora, le regole consuete non valgono più, perché è in gioco qualcosa di più grande.

La formula che apre lo stato di eccezione, nel nostro caso, è national security, sicurezza nazionale, due parole che funzionano come un grimaldello, perché nel momento in cui vengono pronunciate la valutazione ordinaria di proporzionalità si sospende. Il jailbreak che secondo Anthropic permette al massimo di individuare “vulnerabilità minori già note” non avrebbe mai superato un test di proporzionalità ordinario, perché non si ritira un prodotto usato da centinaia di milioni di persone per una falla che i concorrenti hanno tutti e che non apre nulla di sconosciuto. Ma sotto il segno della sicurezza nazionale la proporzionalità non si applica, e l’export control è precisamente lo strumento che istituzionalizza questa sospensione, una zona del diritto in cui l’esecutivo decide quasi senza contrappesi.

Il filosofo che ha portato Schmitt nel nostro presente è Giorgio Agamben, che in Stato di eccezione (2003) mostra come l’eccezione, nata per essere temporanea e straordinaria, tenda a diventare la tecnica di governo normale delle democrazie contemporanee, una zona grigia in cui l’esecutivo agisce con la forza della legge ma senza la forma della legge. È la fisionomia esatta di quelle 17:21, l’efficacia di un atto vincolante unita all’assenza di tutto ciò che rende un atto giuridicamente controllabile. La forza della legge senza la forma della legge: quando lo strumento ordinario di una democrazia tecnologica diventa il comando d’emergenza sull’infrastruttura, l’eccezione ha smesso di essere eccezione.

L’interruttore a distanza

C’è una terza lente, e serve a spiegare perché tutto questo è possibile oggi in un modo che vent’anni fa non lo era. Gilles Deleuze, in cinque pagine fulminanti del 1990, il Poscritto sulle società di controllo, descriveva il passaggio dalle società disciplinari di Michel Foucault, fatte di ambienti chiusi come la fabbrica e la prigione e teorizzate in Sorvegliare e punire (1975), a società in cui il potere non ha più bisogno di muri perché è diventato continuo, modulante, esercitabile a distanza e in tempo reale. Non più l’individuo recluso in uno spazio, ma il flusso che da remoto si può accendere, spegnere, filtrare. Il controllo, scriveva Deleuze, è “illimitato e fluido”.

Un modello di intelligenza artificiale distribuito nel cloud è la realizzazione perfetta di quell’intuizione. Non c’è un muro da abbattere o una copia da sequestrare, c’è un interruttore, e chi ha il potere di azionarlo spegne lo stesso strumento per tutti, ovunque, nello stesso istante. Il 12 giugno abbiamo visto con nitidezza che quell’interruttore esiste e che la mano sopra di esso non è quella dell’azienda che ha costruito il modello, e che anzi ha protestato, ma quella dello Stato presso cui l’azienda risiede.

E qui la storia smette di riguardare solo gli americani. La direttiva non si è fermata ai confini degli Stati Uniti, perché l’infrastruttura è americana e una decisione presa sull’infrastruttura è automaticamente globale: un atto dell’esecutivo statunitense ha raggiunto in tempo reale uno studente a Berlino e un ricercatore a Tokyo senza che nessuno di loro avesse mai avuto voce in capitolo. C’è un particolare che rende la cosa quasi didascalica: tra le organizzazioni ammesse a usare Mythos attraverso Project Glasswing, estese a oltre quindici Paesi con la difesa di infrastrutture critiche tra Italia, Germania, Francia e Giappone, figurano anche la NATO e l’ENISA, cioè l’agenzia per la cybersicurezza dell’Unione Europea. L’Europa stava usando, per difendere le proprie reti critiche, uno strumento che un pomeriggio di metà giugno, a Washington, è stato spento. Quando l’infrastruttura su cui pensiamo, lavoriamo e ci difendiamo vive sul suolo di un altro, viviamo dentro il suo stato di eccezione, non il nostro.

Mentre processiamo l’Europa

Ed eccoci al punto che mi costa di più, perché chiama in causa quello che ho scritto io. In Tette e Gattini ho dedicato un libro a criticare la deriva regolatoria europea, il meccanismo che dal paternalismo scivola verso il controllo, l’Europa che nel nome della protezione dei più deboli costruisce gli strumenti della sorveglianza di default. Lo confermo riga per riga. Ma il 12 giugno ho dovuto aggiungere una nota a margine a tutto il ragionamento.

L’Europa regola l’intelligenza artificiale con l’AI Act, un regolamento lungo, lento, discusso per anni, classificato per livelli di rischio, pieno di obblighi che molti operatori giudicano soffocanti, ed è legittimo trovarlo eccessivo. Ma è una legge, è scritta, è pubblica, vale per tutti allo stesso modo e soprattutto prevede ricorsi, audizioni, autorità di vigilanza e il sindacato di un giudice; se l’Unione vuole limitare un modello deve dirlo prima, motivarlo ed esporsi al contraddittorio. È un potere sull’AI visibile e impugnabile, e questa è esattamente la ragione per cui è lento e per cui ci infastidisce. Lo strumento americano che abbiamo visto in azione applica al caso concreto la differenza di cui parlavo prima: è velocissimo perché invisibile, è totale perché non scritto, ed è globale perché non passa per nessun parlamento.

La giurista Anu Bradford, nel suo The Brussels Effect (2020), ha reso celebre l’idea che l’Europa esporti le proprie regole nel mondo per pura gravità di mercato, costringendo le aziende globali ad adeguarsi allo standard più severo. Quello che abbiamo visto il 12 giugno è uno specchio molto più crudo di quel fenomeno, qualcosa che potremmo chiamare l’effetto Washington: non l’esportazione di una norma, ma l’esportazione di un comando. L’Europa proietta nel mondo le sue leggi; l’America, finché possiede lo stack tecnologico, proietta nel mondo i suoi decreti d’urgenza. La prima ti obbliga a leggere una regola, la seconda ti spegne uno strumento mentre lo stai usando.

Allora la domanda da cui siamo partiti, chi regola di più tra Europa e Stati Uniti, è mal posta: quel che conta è lo strumento, perché si può avere uno Stato che sulla carta regola pochissimo e che però, quando decide, dispone di un interruttore che nessuna corte fa in tempo a fermare. La quantità di regolazione misurabile racconta poco, la natura dello strumento racconta tutto. La dittatura tecnologica non è dove pesa di più la burocrazia, è dove il potere può spegnerti senza doverti spiegare nulla.

Come non vivere nello stato d’eccezione altrui

Sarebbe facile, e sbagliato, chiudere con il solito anatema sull’America cattiva e l’Europa virtuosa. Non è questo. Gli Stati Uniti restano una democrazia con tribunali che funzionano, e la storia di Bernstein lo dimostra: trent’anni fa, quando l’esecutivo provò a trattare il codice come un’arma e a deciderne il destino fuori dal controllo giudiziario, un giudice lo fermò e restituì quel potere alla forma della legge. Con ogni probabilità l’accesso a Fable e Mythos verrà ripristinato, magari proprio grazie alla protesta pubblica di Anthropic, che è essa stessa un anticorpo. Il punto non è morale, è strutturale, e per questo riguarda le scelte che possiamo fare noi.

La prima lezione è che la misura della libertà di un ecosistema tecnologico non sta nel numero delle regole, ma nella forma del potere che lo governa. Tra una legge severa e visibile e un comando invisibile e illimitato, chi tiene alla propria autonomia farebbe bene a preferire la prima anche quando è scomoda, perché una regola scritta la posso contestare mentre un interruttore azionato a distanza no, e questo mi obbliga a leggere la mia stessa critica all’Europa con una mano più ferma: il problema dell’AI Act non è che esista una regola, è quali regole contiene e quanto bene sono scritte. Il rimedio a una cattiva legge è una legge migliore, perché l’assenza di legge non è libertà, è il dominio silenzioso di chi ha l’interruttore.

La seconda lezione è più dura e più operativa, ed è che chi non possiede l’infrastruttura vive sotto la sovranità di chi la possiede. Finché l’Europa pensa, lavora e difende le proprie reti su modelli che risiedono altrove, non avremo voce nemmeno sul nostro spegnimento, e ogni nostro discorso sulla sovranità digitale resterà un esercizio retorico smentito dalla prossima telefonata delle cinque del pomeriggio. Starci dentro a testa alta non significa regolare di più o di meno, significa costruire la capacità di non dipendere, dotarsi di infrastrutture, modelli e competenze che nessun governo straniero possa staccare. Le 17:21 del 12 giugno non sono il problema di Anthropic, sono il promemoria che l’intelligenza con cui penseremo i prossimi vent’anni, se la lasciamo sul suolo di qualcun altro, avrà sempre un padrone che non siamo noi, e a quel padrone per ricordarcelo non serve una legge: basta un pomeriggio.

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